Agricoltura sostenibile: famiglie, vi seminiamo!

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Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2014 “Anno internazionale dell’Agricoltura familiare”. Un modello che rompe con quello dell’impresa agricola, senza tuttavia riuscire ancora ad assumere un pieno valore politico.
Al momento della decisione ci fu un aspro dibattito in seno all’ONU. L’Europa – tra gli altri – non ne voleva sapere, in ogni caso non ora. Tuttavia le Nazioni Unite hanno tagliato corto, e il 2014 è stato dichiarato “Anno internazionale dell’Agricoltura familiare”. Allo stesso tempo, Ibrahima Coulibaly, figura di spicco dei movimenti contadini africani, è stato nominato Ambasciatore Speciale di questa iniziativa.
Il progetto ha un forte valore simbolico, e segnala una svolta notevole nel modello agricolo che d’ora in avanti verrà promosso dalle Nazioni Unite.
Agricoltura familiare? Formalmente, la formula designa l’attività più comune che possa esserci. L’iniziativa riguarda soggetti come il pastore di Sahel [NdT, regione africana], l’orticoltore del Maine e della Loira.. o il grande produttore di cereali della Beauce [NdT, regione francese]. Salvo che la formula sottintenda prima di tutto che il nucleo familiare lavori nell’azienda e che ne sia la componente principale, così come l’idea di una produzione ragionata che apporti un valore aggiunto in termini di impiego e di sviluppo locale.
«Meccanicamente, una struttura familiare non può né monopolizzare grandi aree né fare affidamento su una politica di produzione intensiva», spiega Christophe Mesplede, produttore di semi oleosi biologici (soia, girasoli e colza) nelle Lande, dove presiede la Confederazione sindacale agricola delle aziende familiari (Modef). «Se la monocoltura intensiva può accontentarsi di tre lavoratori per 600 ettari, allo stesso modo l’agricoltura familiare necessita l’introduzione dai 10 ai 15 coltivatori in questa stessa area. »
Di fatto, la nozione di agricoltura familiare si offre in contrasto a ogni forma di agricoltura industriale o capitalistica, dalle produzioni intensive di cereali o di allevamento in Francia alle aziende agricole “multinazionalizzate” come Syngenta e Monsanto, la quale si è impadronita del Brasile e delle grandi pianure ucraine.
E’ una scelta che rompe con le politiche agricole portate avanti fin dagli anni della Thatcher, entrate in difficoltà oramai dalle crisi alimentari del 2008, 2010 e 2012. La FAO, per prima, incriminò le strutture finanziarie dell’accaparramento delle terre. E nel 2011, Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’alimentazione, difendeva un rapporto secondo il quale, per vincere le sfide alimentari e ambientali, i governi, ricchi o poveri, dovevano riconsiderare i loro modelli. Insolita ancora dieci anni fa, fuori dai movimenti militanti, la nozione di agricoltura familiare ha finito per imporsi alle più alte istanze.
Resta il fatto che non bisogna prendere questo cambiamento per una rivoluzione. «Lo stesso termine di agricoltura familiare rileva un consenso politico», fa notare Clara Jamart, specialista della sicurezza alimentare per l’Oxfam. «E’ un compromesso tra la realtà dei piccoli proprietari di fattorie, che non rappresentano altro che una realtà sociologica, e quella, più politica, di agricoltura rurale. Ciò indica chiaramente un metodo di produzione agroecologica destinata ai mercati locali e propria dei contadini autonomi nelle loro scelte perché indipendenti dalle industrie. »
Ora, su questo aspetto, la differenza tra teoria e pratica è notevole. «Sempre più spesso la FAO difende l’idea di un’agricoltura retribuita dall’industria» riprende Clara Jamart, «e i finanziatori hanno generalmente la tendenza di mobilitare gli investimenti verso il settore privato. » In Francia, nota da parte sua Christophe Mesplede, «le grandi aziende restano meglio sovvenzionate quando le più piccole si frantumano».

Da un articolo de “L’Humanité”

Traduzione di F. Via

 

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