Come gli antibiotici ad alto rischio sono autorizzati negli allevamenti americani.

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Sono dei documenti segreti che alzano un po’ di più il velo sul ricorso, eccessivo e spesso incontrollato, ai farmaci, nel contesto degli allevamenti. Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (FDA) ha così mantenuto l’autorizzazione di decine di antibiotici nell’alimentazione del bestiame americano, anche dopo avere scoperto “i rischi elevati” che rappresentavano per la salute umana.

L’associazione Natural Resources Defense Council (NRDC), che riporta queste accuse in un rapporto publicato Lunedì 27 Gennaio, si è procurata degli studi interni all’agenzia dei prodotti alimentari e medicamentosi, sulla base del Freedom of Information Act.

L’ONG ha così scoperto che, per quasi dieci anni, dal 2001 al 2010, la FDA ha riesaminato la sicurezza di trenta additivi alimentari a base di antibiotici appartententi alle famiglie delle penicilline e delle tetracicline. Queste molecole, alcune autorizzate dagli anni ’50, sono state somministrate al bestiame per usi non terapeutici, cioè per prevenire malattie ma soprattutto per stimolare la crescita degli animali – una pratica vietata dal 2006 in Europa.

Batteri resistenti.

Risultato: diciotto degli additivi studiati producono un “rischio elevato” di esporre gli esseri umani a batteri resistenti agli antibiotici tramite la catena alimentare – in particolare il consumo di carne, ma anche tramite contatti diretti con gli animali o tramite la disseminazione di questi patogeni nell’ambiente. Ovunque i batteri infettivi arrivano ad adattarsi, ad un ritmo sempre più serrato, a nuovi trattamenti o a nuovi ambienti.

Quanto agli altri dodici farmaci passati a setaccio dal FDA, la loro sicurezza non è ancora stata provata, a causa della mancanza di dati sufficienti per valutarli.

Infine, oggi nessuno di questi trenta farmaci può essere approvato come additivo per il bestiame in virù delle direttive attuali. Ancora peggio, ventisei non soddisfano le norme sanitarie stabilite nel 1973.

Ancora sul mercato.

“Al termine della sua ricerca, la FDA non ha preso nessuna misura per revocare le autorizzazioni di questi antibiotici”, afferma il NRDC. Il centro, che non è a conoscenza delle quantità di additivi somministrati agli animali, assicura che nove tra questi si trovano ancora sul mercato, mentre altri sono sempre autorizzati, fatta eccezione per due ritirati volontariamente dai loro fabbricanti.

L’agenzia sanitaria ha da parte sua ribattuto, in un comunicato, di proseguire una “strategia più estesa per cercare di eliminare a breve termine gli utilizzi non terapeutici di antibiotici”, invece di concentrarsi su farmaci specifici.

Il 70% degli antibiotici è destinato agli allevamenti.

Ma secondo l’ONG, i rischi non si fermano ai trenta additivi alimentari esaminati. “Le penicilline e le tetracicline rappresentano quasi la metà degli antibiotici utilizzati nell’alimentazione animale”, avverte Carmen Cordova, che ha condotto lo studio per il NRDC. “Il loro uso illustra il problema più ambio del ricorso eccessivo agli antibiotici. Questi documenti sono tanto più delle prove schiaccianti che la FDA non prende sul serio la crisi della resistenza agli antibiotici.”

Negli Stati Uniti, il 70% degli antibiotici venduti sono destinati agli allevamenti. Conseguenza di questo utilizzo massivo: secondo delle statistiche pubblicate nel Settembre 2013 dal Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie, due milioni di americani si ammalano ogni anno e 23 000 muoiono per colpa di infezioni legate a batteri resistenti agli antibiotici come lo staphylococcus aureus e le salmonelle. Nuove resistenze appaiono regolarmente, al punto che presto potrebbe diventare difficile trattare in modo efficace alcune patologie frequenti.

Questa realtà, tuttavia, non è nuova. Nel 1977, la FDA aveva proposto il ritiro delle autorizzazioni di additivi contenenti penicillina e la maggior parte delle tetracicline nell’alimentazione animale per usi diversi da quelli terapeutici. Ma a questa intenzione non sono mai seguiti dei fatti.

Da un articolo di ‘Le Monde’, traduzione di F. Via

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