Gli Stati faccia a faccia con i problemi climatici

ice_freeze_chicago_46102110Per giustificare l’inerzia della maggior parte dei governi per quanto riguarda la lotta contro il cambiamento climatico, è facilissimo evocare la dittatura del “breve termine” alla quale i dirigenti devono tener conto nelle loro scelte. Prendere delle misure per contenere la disoccupazione o il crollo del tessuto industriale sembra sempre più urgente rispetto alla preoccupazione per il forte aumento delle temperature entro la fine dell’anno, annunciato ormai con sempre più certezza dagli scienziati. A questi ritmi, la disoccupazione di oggi non sarà l’elettore di domani.
Per capire la realtà del riscaldamento, bisognerebbe avere dell’acqua nel proprio salone“. La formula è di Mohamed Nasheed. Nel 2010, l’ex presidente delle Maldive aveva così espresso la propria amarezza, condivisa da alcuni dirigenti dei Paesi più esposti alle conseguenze della trasformazione del clima, verso l’indifferenza dei grandi inquinanti.
Questo momento potrebbe essere arrivato nei Paesi industrializzati situati nelle zone temperate del globo. Piuttosto risparmiati finora, si trovano ormai di fronte a dei fenomeni meteorologici estremi. Dall’inizio dell’inverno, il ripetersi di “incidenti” climatici è incessante: siccità e freddo polare simultanei negli Stati Uniti, inondazioni storiche in Gran Bretagna, nevicate intense a Tokio, sommersione del litorale atlantico in Francia…
Anche se gli scienziati, sempre prudenti, si rifiutano di stabilire un legame diretto tra ogni episodio e il cambiamento climatico, l’accumulo dei capricci del clima comincia a urtare la quiete dei governi.
Come piccola isola del Pacifico, la Gran Bretagna ha rinunciato a difendere delle zone del proprio territorio contro gli assalti dell’Oceano. Il presidente degli Stati Uniti deve, allo stesso tempo, rassicurare gli agricoltori della California colpiti dalla siccità, e le famiglie delle vittime della tempesta polare.
Da due anni, secondo Paese inquinante del pianeta dopo la Cina, gli Stati Uniti vivono al ritmo delle catastrofi naturali. Barack Obama ha annunciato la creazione di un fondo clima da un miliardo di dollari per aiutare gli americani ad adattarsi e ad attenuare gli effetti del riscaldamento. Durante una visita in Indonesia, il segretario di Stato, John Kerry, ha tenuto un discorso offensivo, Domenica 16 Febbraio, sulla necessità di agire collettivamente contro i cambiamenti climatici comparandoli ad un’ “arma di distruzione di massa”. Due giorni dopo, aveva reiterato, con un suo omologo cinese, la volontà di una maggiore cooperazione tra Stati Uniti e Cina, che si ritrova dal canto suo ad affrontare un inquinamento dell’aria considerevole.
Queste dichiarazioni sono le benvenute. Nonostante ciò bisognerebbe fare di più in vista della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, nel dicembre 2015 a Parigi. L’ambizione di questa nuova riunione è che possa portare al primo accordo mondiale di lotta contro il riscaldamento, sottoscritto da tutti i Paesi inquinanti. Fino ad ora, il principio di precauzione non li ha portati ad assumersi le proprie responsabilità. Bisogna sperare che il principio di realtà sia più convincente.

Da un articolo di Le Monde (link)

Traduzione F. Via

You may also like...