Lavoratori e ambientalisti del mondo, unitevi!

4 R

 

di Stefania Barca*
tratto da http://www.ecologiapolitica.org/wordpress/?p=923

Il conflitto tra lavoro e ambiente è un costrutto neoliberale. Ciò di cui abbiamo bisogno è una vasta coalizione che possa cambiare radicalmente il settore produttivo. Al giorno d’oggi suona così familiare, quasi naturale, che le richieste e i programmi apparentemente opposti del mondo del lavoro e dei movimenti ambientalisti si escludano a vicenda. Ma nei fatti, questa divisione artificiale non è niente di più che una cruciale strategia neoliberista che mira a dividere due dei più forti movimenti sociali dell’era industriale, la cui alleanza potrebbe produrre una convergenza, capace di mettere in discussione l’essenza della contraddizione tra produzione e riproduzione, che Allan Shnaiberg ha chiamato The Treadmill of Production (la macina della produzione capitalista). È perciò essenziale che il mondo del lavoro e le organizzazioni per l’ambiente e la salute pubblica acquisiscano una prospettiva storica del loro stato di conflitto attuale, così da diventare consapevoli del potenziale rivoluzionario di un progetto politico comune.

Un luogo emblematico in cui ciò è diventato molto chiaro è la città di Taranto, dove in anni recenti sono emerse un numero crescente di organizzazioni di cittadini e comitati in risposta a una delle più serie crisi occupazionali, ambientali e di salute pubblica dell’ultimo decennio. Tali organizzazioni e comitati hanno ora iniziato a mobilitare diverse risorse e forme d’azione – dall’attivismo informatico, al cinema, a manifestazioni e campagne pubbliche – per lottare contro il ricatto occupazionale imposto dal gruppo ILVA. Alle ultime celebrazioni del primo maggio, queste organizzazioni sono riuscite a coinvolgere più di 100.000 persone per un concerto di massa auto-organizzato e auto-finanziato, tenuto in diretta competizione con quello tradizionalmente allestito a Roma dalla confederazione dei sindacati e dalla RAI.

Liberate Taranto!

La più grande fabbrica di acciaio in Europa, e una delle più antiche, con circa 20.000 operai nel 2012 e di proprietà del gruppo ILVA (precedentemente azienda di stato e ora controllata dalla famiglia Riva), l’impianto di Taranto è balzato all’attenzione nazionale nel 2011. Una decisione del Tribunale aveva provato la colpevolezza dell’azienda per le oltraggiose violazioni delle leggi ambientali, e ne aveva ordinato l’immediata chiusura finché non fosse stato operato un accurato rinnovamento tecnico e una pulizia ambientale delle aree danneggiate. La risposta dell’azienda è consistita nel riaffermare arrogantemente l’incompatibilità delle leggi ambientali con i suoi piani economici, in tal modo riattualizzando la strategia di ricatto occupazionale che ha tradizionalmente funzionato come espediente per bloccare strutturalmente qualsiasi azione contro gli interessi del business. I gestori sono andati anche oltre, organizzando attivamente manifestazioni di lavoratori contro la decisione del Tribunale, le quali hanno goduto di ampia e complice copertura mediatica, così da convincere l’opinione pubblica che ci fosse nella città di Taranto – in cui l’ILVA è il più grande datore di lavoro – un’opposizione contro i magistrati e contro le organizzazioni ambientaliste.

Taranto è la manifestazione più evidente dell’insostenibile contraddizione tra produzione e riproduzione descritta da Schnaiberg. Questa contraddizione può essere immaginata come un’Hydra a più teste: malattie occupazionali, incidenti sul lavoro, contaminazione ambientale ed ecocidio, disastro della salute pubblica, distruzione di qualsiasi possibilità per forme di economia locale alternative e autonome, e così via. Durante gli ultimi 50 anni, questo mostro ha provocato un’intollerabile concentrazione di malattie tumorali, malformazioni e altre patologie nell’area della baia di Taranto, una concentrazione resa ancora più inaccettabile dalla debolezza delle infrastrutture sanitarie e dalla mancanza di cure specialistiche adeguate. Come l’Alien del film di fantascienza, questo mostro è penetrato nello spazio locale e nei corpi delle persone, prendendone possesso dall’interno.

La contraddizione tra produzione e riproduzione è incorporata – materialmente e simbolicamente – dai lavoratori di Taranto, dalle loro famiglie e dalle loro comunità. Ciò ha prodotto un insostenibile conflitto: tra la capacità delle persone di provvedere alle loro famiglie attraverso il lavoro, e la loro capacità di vivere, nutrire, prendersi cura degli anziani, coltivare relazioni con amici e vicini, preservare e godersi l’ambiente locale, con la sua antica bellezza e le sue risorse quasi esaurite. Tutto ciò ha generato rabbia e disillusione, disperazione, senso d’impotenza, così come conflitti interni alle classi e alle comunità, esemplificati dal conflitto tra “lavoratori” e “cittadini”.

Fortunatamente, è grazie all’emergere di nuovi movimenti sociali e di organizzazioni della società civile che la contraddizione sta per esplodere e generare possibilità per la consapevolezza acquisita di diventare coscienza politica. Ciò che il concerto del primo maggio ha detto forte e chiaro, attraverso le voci di artisti, attivisti e cittadini (che si sono succeduti sul palco per circa nove ore), è che lavoratori e cittadini sono membri della stessa comunità, connessi gli uni con gli altri dai cicli bio-geo-chimici che rendono possibile la vita nell’ecosistema locale, attraverso catene familiari e generazionali, e attraverso identità sociali, memorie e amore per il proprio luogo.

Presi collettivamente come una comunità, tutti loro sono allo stesso tempo produttori e riproduttori, lavoratori e cittadini, salariati e custodi, giovani e vecchi, uomini e donne – anche se in momenti diversi delle loro vite o in misura diversa. I lavoratori della fabbrica (uomini per la maggior parte) che sono stati aizzati dall’azienda, dai principali sindacati e dai media maggiori contro i “cittadini” di Taranto, per difendere un’indifendibile status quo, sono i compagni, i padri, i figli e gli amici di coloro che si ammalano a causa delle alte concentrazioni di scarichi tossici della fabbrica; sono i colleghi dei lavoratori che si sono ammalati o sono morti a causa di quello stesso lavoro, un’eventualità che minaccia anche loro; inoltre, loro stessi hanno diritto a respirare aria pulita, bere acqua potabile, mangiare il pesce e le verdure locali, godere della città e dell’ambiente, senza abbandonare tutto ciò in cambio di un salario. In altre parole, anche loro hanno il diritto di essere ambientalisti.

Il concerto del primo maggio a Taranto ha quindi manifestato chiaramente il malcontento generale con ciò che gli organizzatori (e molti degli abitanti) percepiscono essere le politiche delle principali organizzazioni sindacali in materia di ecologia e salute pubblica: 1) ampiamente rassegnate al ricatto occupazionale; 2) in grande misura insensibili alle minacce alla salute pubblica che derivano dalla contaminazione ambientale; e 3) troppo spesso contrarie a qualsiasi mobilitazione ambientalista a livello locale.

La verità, però, e che è semplicemente impossibile separare o alienare la vita dal lavoro – come l’economia e la società industriale hanno provato a fare finora. Quello di cui abbiamo bisogno è un altro tipo di economia; un’economia che consideri il lavoro l’attività umana capace di sostenere (e non distruggere) la vita, che tutti i membri di una comunità condividono nelle sue diverse forme attraverso lo spazio (la città, il mare, il territorio e l’ecosistema locale), e anche tra le specie, nel rispetto del quotidiano lavoro svolto dalla natura non-umana nel sostenere la vita nell’ambiente locale. Un altro tipo di economia è innegabilmente, urgentemente necessaria. Tutta la rabbia, la frustrazione, il dolore e il conflitto che le comunità di lavoratori delle aree industriali hanno assimilato e sostenuto nelle loro vite deve ora spingere verso un nuovo orizzonte di lotta, un sogno nuovo e migliore di quelli fabbricati dal mercato, dallo stato neoliberale e persino da sindacati e partiti nell’era neo-liberista. Un sogno che possa finalmente liberare le persone dall’insopportabile contraddizione della “macina della produzione”; dell’Alien interno. Lo slogan Taranto Libera!, ripetuto fino allo stremo durante il concerto, diceva esattamente di questo.

Strumenti di liberazione

Ma per rendere possibile un altro mondo, questo prima dev’essere immaginato, non solo da individui o gruppi di attivisti, ma anche a livello politico. Immaginare un nuovo mondo diventa essenziale per non far chiudere la lotta su sé stessa e per non riprodurre le contraddizioni del vecchio mondo; per alimentare invece uno sforzo costruttivo e di speranza. È qui che la memoria politica diventa essenziale, come progetto di produzione di conoscenza dal basso che si impegna per la trasformazione del mondo e che inaugura nuove possibilità di politicizzazione. Diventando consapevoli di ciò che è stato già fatto da altre persone, passate e presenti, con le loro lotte e i loro movimenti, sia nelle nostre comunità che altrove, avremo immediatamente una percezione molto più chiara delle possibilità che esistono per non solo uno, ma molti altri mondi.

Guardare a quelle possibilità nella loro realtà, con i loro sogni e le loro sfide, con le loro vittorie e le loro contraddizioni, ci aiuterà a immaginare le nostre possibilità, qui e ora, e a organizzare meglio le nostre stesse lotte. Questo è il contributo che questo articolo aspira a dare a tutti coloro che stanno lottando per liberarsi dalla camicia di forza del ricatto occupazionale. Nei paragrafi sotto riportati, intendo “dissotterrare” alcune storie, nella speranza che possano diventare (figurativamente) della asce di guerra, come il collettivo di scrittori Wu Ming le definirebbe: strumenti di liberazione che agiscono attraverso l’immaginazione politica.

Non sono poche le storie di coalizione tra lavoratori e ambientalisti su piattaforme comuni di lotta che hanno preso piede nel mondo post-guerra. Quando lavoratori ed eco-attivisti hanno marciato insieme per le strade di Seattle durante le manifestazioni contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio, sotto lo striscione Teamsters and Tortoises (camionisti e tartarughe), questo non era un fatto nuovo, ma semplicemente il ritorno di una strategia che era stata già sperimentata con successo durante l’epoca fordista, e che aveva portato a importanti riforme legislative in termini occupazionali, di salute pubblica e di protezione ambientale. Fu infatti l’attiva collaborazione tra i movimenti dei lavoratori, degli ambientalisti, degli studenti e delle femministe che permise il passaggio dei Clean Air e Clean Water Acts (1972) negli Stati Uniti, supportati allora dalla più forte confederazione di sindacati del tempo, quella dei lavoratori del petrolio, della chimica e del nucleare (OCAW).

In Italia, la stessa istituzione del Sistema Sanitario Nazionale nel 1978 fu il risultato di una decade di intense lotte e di due scioperi generali, promossi da quello che allora era conosciuto come il “club ambientalista” all’interno della confederazione dei sindacati: una coalizione di medici, sociologi del lavoro e leader sindacali che aveva già precedentemente impresso cambiamenti rivoluzionari nelle leggi sugli ambienti di lavoro, promuovendo il principio del controllo diretto dei lavoratori (articoli 4 e 9 dello Statuto del Lavoro, promulgato nel 1970).

Un altro esempio rilevante di queste coalizioni strategiche è illustrato da luoghi e settori produttivi molto diversi, come la lotta vincente contro l’uso dei pesticidi che fu condotta alla metà degli anni 60 dal sindacato United Farm Workers, che organizzava i braccianti latinos degli aranceti e vigneti californiani per ottenere condizioni di lavoro e di vita decenti, e il riconoscimento dei loro diritti. Una lotta che era incentrata sulle serie minacce alla salute poste dai prodotti chimici utilizzati in agricoltura non solo ai braccianti e alle loro famiglie, ma anche ai consumatori americani e all’ambiente in generale.

Ma il più suggestivo esempio di ambientalismo dei lavoratori va rintracciato nel profondo della foresta amazzonica brasiliana dove, alla metà degli anni ’80, un sindacato di raccoglitori di gomma – i seringueiros –si organizzò con successo per difendere la foresta dall’attacco di potenti compagnie del legname e di allevatori, mentre allo stesso tempo difendeva il proprio diritto a vivere e lavorare nella e della foresta, formando cooperative per la gestione sostenibile delle attività estrattive, come la raccolta della gomma e di frutti selvatici, e la pesca. Nonostante la violenta repressione alimentata da potenti interessi locali, con numerose uccisioni di leader sindacali e ambientalisti, la lotta dei raccoglitori di gomma riuscì a far ottenere la creazione di diverse “riserve estrattive”, dove gli abitanti locali privi di terra di proprietà sono legalmente riconosciuti e supportati dallo stato come legittimi “possidenti” e guardiani della foresta.

Quel che queste storie ci raccontano è che è possibile costruire lotte sociali che sono, allo stesso tempo lotte ambientali, anche se emergono da un’esperienza e da una idea working-class di cosa sia l’ecologia.

Premesse più solide

Una rinnovata alleanza tra i movimenti di lavoratori e i movimenti ambientalisti deve però essere ricostruita su premesse più solide che nel passato. L’ideologia della crescita economica come panacea di tutti i mali sociali e come unica via per produrre welfare dovrebbe essere accuratamente messa in questione e in definitiva abbandonata dal movimento dei lavoratori, poiché gli imperativi della crescita sono una potente giustificazione per il più vergognoso disprezzo per il benessere delle persone e della natura non-umana. Lo stesso vale per l’illusione di un’economia “verde” (in definitiva, per un capitalismo “verde”) attraverso tecnologie eco-efficienti e meccanismi di mercato; un’illusione abbracciata da larghi strati sia del movimento dei lavoratori che dei movimenti ambientalisti, con il supporto di governi e istituzioni finanziarie.

Il processo di deindustrializzazione nei paesi “sviluppati” degli ultimi vent’anni mostra come un’economia più verde abbia implicato la mera trasmigrazione dei rischi industriali e del loro tributo di morte verso i paesi meno sviluppati, agendo attraverso la logica feroce del “doppio standard”, con cui le multinazionali possono spostare all’estero le produzioni e le tecnologie che sono vietate o fortemente disciplinate nei loro paesi di origine. Questo stesso meccanismo rende le comunità di lavoratori del primo mondo sempre più vulnerabili al ricatto occupazionale, sotto la minaccia di spostare le attività industriali altrove.

Inoltre, molte delle cosiddette tecnologie “verdi” hanno in realtà un impatto molto negativo sull’ambiente, sulle condizioni di lavoro e anche sulla salute pubblica, specialmente quando implementate su larga scala – un fatto dimostrato dalle lotte popolari (e dalla ricerca impegnata che le ha seguite) su svariati progetti di “economia verde” durante l’ultima decade. I parchi eolici, ad esempio, sono stati fortemente contestati dalle comunità locali in Grecia e Spagna a causa dell’impatto che hanno su estese aree rurali, alterando climi e paesaggi locali, e condizionando pesantemente i modi d’uso del territorio.

Impatti anche più grandi su suolo, clima locale ed ecosistemi, sono associati ai giganteschi impianti di energia solare – anch’essi oggetto di contestazione e causa di seri rischi occupazionali. Ma l’esempio più evidente arriva dal business dei biocarburanti in Brasile (e altrove in America Latina), dove le estese mono-colture di canna da zucchero hanno sostituito milioni d’ettari di foresta, e sono spesso mantenute da lavoratori in semi-schiavitù in condizioni di estrema fatica e rischio per la salute.

Chiaramente, il punto non è il cinico respingimento di qualsiasi forma di produzione di energia alternativa, configurandole in blocco come eguali minacce all’ambiente e alla salute pubblica. Non c’è dubbio che le fonti di energia rinnovabile e non-fossile devono essere sviluppate come unica via praticabile per uscire dall’attuale crisi climatica. Ma le questioni di dimensione e di scala sono di fondamentale importanza: le energie alternative possono e devono essere sviluppate in piccola scala, puntando a forme autonome e decentralizzate di auto-fornitura per famiglie e comunità locali. Le tecnologie per la produzione di energia rinnovabile possono essere realmente sostenibili solo se implementate a un tale livello decentralizzato e controllato localmente, anche se questa non è la scala in cui possono essere accumulate gigantesche concentrazioni di profitti (e di potere politico). Ma ciò implicherebbe una radicale trasformazione non solo delle forme e delle strutture della vita urbana, ma anche della stessa organizzazione sociale del lavoro.

Per uscire dalle crisi multiple che affliggono il mondo contemporaneo – quella dell’economia e del lavoro come quella dell’ecologia e della salute pubblica – è necessario niente altro che abbandonare completamente la “macina della produzione”, incluse le politiche e l’ideologia della crescita illimitata. Tale cambiamento impone una rivoluzione ecologica come quella teorizzata da Carolyne Merchant: un capovolgimento completo dell’organizzazione sociale della produzione, della riproduzione, e della coscienza collettiva. Un altro modo di lavorare e di vivere, di produrre e di distribuire ricchezza, radicato in un lavoro non-alienato, nel rispetto per la vita, e nella condivisione, deve essere la piattaforma politica su cui costruire questa nuova alleanza.

Mentre immaginano possibili alternative alla “macina della produzione”, i movimenti di Taranto devono lottare comunque per delle cose concrete, come l’accesso gratuito a cure specializzate e gli investimenti in tecnologie che riducono le emissioni, le quali sono ancora più difficili da ottenere in tempi di crisi. Questi rimangono per loro i sogni irrealizzati del vecchio mondo – la società industriale – poiché in più di cinquant’anni di “sviluppo” industriale queste cose a Taranto non sono mai arrivate. Insieme a tali richieste, i tarantini hanno sollevato una richiesta incipiente di giustizia amministrativa, e cioè che i poteri statali e locali facciano rispettare la sentenza del Tribunale che costringe l’ILVA a compensare la città per i danni inflitti finora. Questa difficile mediazione di vecchie e nuove battaglie, di sogni vecchi e nuovi, entrambi ugualmente necessari, è una delle sfide oggi più difficili per i movimenti di cittadini e lavoratori, a Taranto come dovunque.

 

*Questo articolo è apparso in inglese sulle riviste on-line ROAR Magazine e La Sinistra Rivista.
Traduzione italiana di Salvatore Paolo De Rosa

Stefania Barca è una storica ambientale ed ecologista politica che lavora al Centro per gli Studi Sociali dell’Università di Coimbra, Portogallo. Ha pubblicato ampiamente sulla storia dei commons e dell’ambientalismo dei lavoratori.

You may also like...