Piogge e veleni, allarme Valle del Sacco le esondazioni spargono inquinanti

Mentre riprende il processo contro i manager dell’ex Snia, campagne a rischio contaminazione per la diffusione di Beta HCH, già presente nel sangue di numerosi abitanti della zona

ROMA – Il maltempo libera i veleni. Dopo l’allarme a Malagrotta per i rifiuti ospedalieri che galleggiavano sull’acqua dell’alluvione, nel Frusinate scatta l’emergenza inquinamento per l’esondazione del fiume Sacco. In un’area che da oltre un lustro vede gli abitanti esposti al rischio di gravi patologie. Proprio mentre, martedì 4 febbraio, riprende il processo a carico degli inquinatori della Valle del Sacco. Un’udienza che arriva a distanza di sette anni dalla scoperta choc dell’interramento di sostanze chimiche nell’area dell’ex Snia, cui fece seguito l’abbattimento di migliaia di capi di bestiame contaminati e la dimostrazione che quegli stessi veleni erano presenti anche nel sangue dei residenti. Creando seri danni alla salute. Intanto si teme per le operazioni di bonifica che – a rilento e senza finanziamenti certi – interessano un’area grande quasi quanto l’intera città di Roma.

L’alluvione nella Valle del Sacco (foto Mariozzi) PIENA INQUINANTE -Mentre prende il via un processo che si prefigura lungo e difficile, il nuovo allarme per l’ambiente viene dall’esondazione del fiume Sacco in quel di Ceccano. Anche se lontani dalla zona più inquinata – quella dell’area industriale di Colleferro – gli straripamenti registrati in questi giorni più a valle possono essere egualmente pericolosi. Fiume doppiamente sorvegliato, dunque, sia per il livello dell’acqua che già il primo febbraio scorso ha superato gli argini in zona La Spina, sia perché ogni esondazione rischia di riportare nei terreni circostanti le sostanze inquinanti che lo hanno avvelenato negli ultimi decenni. « Il betaesaclorocicloesano – ricorda Alberto Valleriani della Rete per la tutela della Valle del Sacco – si è depositato sul letto del fiume, ed in occasioni straordinarie come queste piogge potrebbe essere sollevato dal fondo del corso d’acqua e trasportato alle campagne o comunque a tutti i territori circostanti», specie a quelli più a valle.

Corso d’acqua inquinato nella Valle del saccoBETA-HCH NEL SANGUE – In questo clima d’allarme rinnovato si riapre il processo penale, presso il tribunale di Velletri, per la contaminazione della Valle del Sacco dovuta all’interramento dei fusti tossici nell’area industriale ex Snia Bpd di Colleferro, dopo due anni di udienze preliminari e l’annullamento per un banale vizio di notifica. «Oggi- fa sapere l’associazione della Rete Valle del Sacco – siamo in una nuova fase giudiziaria, il processo si riavvia ed è indispensabile far sentire la presenza territoriale attraverso la costituzione di parte civile onde evitare che lo stesso possa correre il rischio della prescrizione». Alla richiesta di costituzione parte civile per richiedere eventuali danni derivanti dall’esposizione alle sostanze tossiche hanno già aderito 50 cittadini tra quanti hanno effettuato le analisi cliniche attestanti la presenza di betaesaclorocicloesano (Beta-HCH) nel proprio sangue.

Lo stabilimento che produceva benzoini nella Valle del Sacco (Ciofani)SALUTE A RISCHIO – Il più recente rapporto di sorveglianza del giugno 2013 prodotto dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione del Lazio, eseguito su 643 persone, avanza ulteriori indicazioni sulla correlazione tra il Beta-HCH e alcune alterazioni biologiche «In questa indagine – si legge nelle conclusioni del rapporto – sono stati messi in evidenza livelli significativi di Beta–HCH in una popolazione nota per essere stata esposta a tale inquinante, prevalentemente attraverso alimenti e bevande. I dati emersi dalla sorveglianza sanitaria della popolazione presa in considerazione hanno permesso di mettere in luce alcuni effetti biologici. In particolare sono state osservate perturbazioni del pattern lipidico, della funzionalità renale e della steroidogenesi, interessando anche gli ormoni sessuali nel sesso femminile. É stata osservata infine una chiara associazione con alterazioni cognitive».

AMBIENTE CONTAMINATO – Preoccupante anche lo stato di salute dell’ambiente, come ha messo in evidenza il dossier bonifiche del Lazio pubblicato da Legambiente. L’associazione – parte civile al processo – si dichiara contraria al declassamento dell’area non più sito «di interesse nazionale», e ricorda che «sono 117.084 gli ettari da bonificare nel sito della Valle del Sacco, e in tutto il Lazio sono soltanto 18 i siti inquinati attualmente bonificati, su un totale di 71». Per dare un’idea della dimensioni dell’intervento di bonifica, occorre ricordare che la superficie appena citata (corrispondente a 1170 chilometri quadrati) è di poco inferiore all’estensione dalla città di Roma, che corrisponde a 1285 chilometri quadrati.

LO STATO DELL’ARTE – «Gli interventi di bonifica – ricordano gli ambientalisti – sono in corso e stanno riguardando il censimento e la rimozione di manufatti contenenti amianto, interventi per la messa in sicurezza delle discariche, la rimozione selettiva dei terreni contaminati. In alcuni punti critici, tuttavia, sono in atto una serie di ordinanze per interdire l’uso agricolo delle aree ripariali e per inibire l’uso delle acque di pozzi idropotabili».

TROPPI SCARICHI – «Sul Bacino del fiume Sacco -aggiunge Legambiente – occorre ridurre l’eccessiva pressione industriale che c’è sul corso d’acqua e i suoi affluenti: sono ben gli 88 scarichi industriali autorizzati, la concentrazione più alta di tutto il territorio laziale, che sversano nella valle ben 17 milioni di metri cubi di reflui industriali. Occorre inoltre adeguare quel 32% dei 75 scarichi civili urbani che ancora non risulta depurato.La situazione delle discariche parla invece di 123 aree coinvolte, con meno del 50% dei piani di caratterizzazione presentati, che sono il primo passo per la bonifica».

REGISTRO TUMORI – Prosegue Legambiente: «Dal punto di vista sanitario, le ricadute sulla salute dei cittadini sono preoccupanti. L’Istituto Superiore di Sanità ha raccomandato un follow-up relativo alle malattie tumorali, neurologiche, endocrinologiche, metaboliche e agli effetti avversi sulla riproduzione, per la presenza di elevati livelli di beta-esaclorocicloesano nel sangue in una parte della popolazione, riconducibili all’esposizione ai residui della produzione del lindano nella Valle del Sacco. Occorre prendere seri provvedimenti a questo proposito, iniziando dall’istituzione di un registro tumori a livello regionale, per raccogliere tutti i dati essenziali per la ricerca sulle cause del cancro anche in questa area così fortemente colpita».

Articolo di Michele Marangon – Link

You may also like...