Scoperti nell’atmosfera quattro nuovi gas nocivi per lo strato dell’ozono

4379504_5_e19d_camp-de-base-du-forage-international-neem-au_8258e249390c9680332985f1df07a5a6Li si credeva vietati. Ma alcuni passano tra le maglie della legge. Quattro nuovi gas della famiglia dei composti del cloro, distruttori dello strato dell’ozono, sono stati scoperti, per la prima volta, nell’atmosfera. E’ ciò che riporta uno studio internazionale (Regno Unito, Germania, Australia, Francia, Paesi Bassi e Svizzera) pubblicato online, Domenica 9 Marzo, dalla rivista Nature Geoscience. I suoi autori, che hanno confermato l’origine umana di queste emissioni, sospettano la produzione di pesticidi e solventi.
Questi risultati sono il frutto di una minuziosa indagine condotta nei due emisferi. I ricercatori hanno analizzato dei campioni d’aria raccolti dalla metà degli anni ’70 a Cape Grim, nella punta nord-occidentale della Tasmania (Australia), una regione priva di fonti prossime d’inquinamento. Hanno fatto la stessa cosa con dei campioni d’aria imprigionati nella neve compatta della calotta polare della Groenlandia, da carotaggi effettuati nell’ambito del foraggio internazionale North Greenland Eemian Ice Drilling (NEEM), con la partecipazione di quattordici paesi tra cui la Francia.

DOPO GLI ANNI ’60
A sud come a nord, è stata scoperta la presenza, negli archivi glaciali e aerei, di tre clorofluorocarburi (CFC) e di un idroclorofluorocarburo (HCFC) che non erano mai stati trovati finora. In più, i modelli di trasporto dei gas nella neve messi a punto da due laboratori di Grenoble (LGGE e Gipsa-lab, CNRS-Università Joseph-Fuorier) mostrano che questi composti non erano nell’atmosfera prima degli anni ’60. Ciò “suggerisce che siano prodotti dalle attività dell’uomo“, commenta il primo autore dello studio, l’inglese Johannes Labe (Università dell’East Anglia).
I CFC, utilizzati per molto tempo come fluidi refrigeranti, come solventi o negli aerosol, sono stati proscritti a causa del loro effetto deleterio sull’ozono stratosferico, che protegge la Terra dai raggi ultravioletti: senza di questo, la vita sul pianeta sarebbe impossibile. Il protocollo di Montreal, entrato in vigore nel 1989 e ratificato da 196 Paesi, ha progressivamente ridotto il loro uso, totalmente vietato dal 2010 a eccezione di applicazioni di nicchia, soprattutto mediche. Queste sostanze sono state rimpiazzate dai HCFC, meno stabili e dunque meno nocivi allo strato di ozono – più nocivi per l’effetto serra – anch’essi in corso di eliminazione in favore di una nuova classe di prodotti, gli idrofluorocarbuti (HFC), che non contengono cloro.
INSETTICIDA E SOLVENTI
Come, allora, i quattro gas, tutti presi di mira nell’accordo di Montreal, si ritrovano nell’atmosfera? Perché le concentrazioni di due di questi, invece di diminuire, non hanno smesso di aumentare dal 1960, e perché quella del HCFC è balzata del 45% nel corso degli ultimi anni?
Gli autori notano che alcuni dei gas incriminati sono impiegati come intermediari nella produzione d’insetticida così come nella produzione dei nuovi HFC, o ancora che servono da solventi per la pulizia di parti elettronici. Poiché i dati pubblicati su questi composti sono “estremamente rari o inesistenti“, aggiungono, “non può essere affermato con certezza” che la loro presenza nell’atmosfera sia imputabile a queste fabbricazioni chimiche, che ne sono tuttavia “delle fonti possibili”.
PRESENTI PER DECENNI
Per essere sicuri, i ricercatori raccomandano dunque di continuare le ricerche e di “riconsiderare” il modo in cui gli industriali dichiarano i gas da cloro, di cui gli isomeri (molecole dalla stessa formula bruta ma dalla diversa disposizione atomica) scappano al filtro del protocollo di Montreal.
In totale, calcolano Johannes Laube e i suoi colleghi, sono state emesse 75 000 tonnellate di questi quattro gas nel corso degli ultimi cinquant’anni. E’ poco, rispetto al milione di tonnellate di CFC rilasciate annualmente negli anni ’80. Tuttavia, rileva Patricia Martinerie, ricercatrice al LGGE e cofirmataria dello studio, “questi composti sono distrutti molto lentamente nell’atmosfera, quindi, anche se le loro emissioni fossero immediatamente bloccate, resteranno presenti per ancora molti decenni”.

Da un articolo di Pierre Le Hir per  Le Monde (link)

Traduzione di F. Via

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