Brescia, Torino e Lodi sono le tre città che in Italia nel 2017 hanno superato più volte il livello di Pm10. Rispettivamente 87 giorni e la seconda e la terza a pari merito con 69. La più virtuosa? Viterbo. E in tutto sono 19 le città che hanno superato il limite nel corso dell’anno. Lo segnala l’edizione 2018 del Rapporto Ispra-Snpa Qualità dell’Ambiente Urbano, presentato questa mattina al Senato, che analizza l’ambiente in 120 città e 14 aree metropolitane. L’anno scorso il valore limite annuale per l’NO2 (diossido di azoto) è stato superato in almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane, si sono poi registrati più di 25 giorni di superamento dell’obiettivo a lungo termine per l’ozono in 66 aree urbane su 91 per le quali erano disponibili dati e il superamento del valore limite annuale per il PM2,5 (25 Êg/m3) in 13 aree urbane su 84. Non mancano però i segnali positivi. È infatti in atto una significativa tendenza alla riduzione dei livelli di emissione di PM10 primario, quello direttamente emesso dal riscaldamento domestico e dai trasporti, ma anche dalle industrie e da alcuni fenomeni naturali, che si riduce del 19% in 10 anni (2005 al 2015. Il trend delle concentrazioni di PM10, PM2,5 e NO2 è comunque in diminuzione. Anche le emissioni di PM10 primario, passano da un totale di 45.403 tonnellate (Mg) nel 2005 a 36.712 tonnellate (Mg) nel 2015 con una riduzione del 19%.

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Negli ultimi anni l’Italia versa in condizioni di inquinamento sempre più critiche ed è già finita nel mirino della la Commissione Europea con due procedure di infrazione per la cattiva qualità dell’aria. In nostro è il Paese Ue dove più persone muoiono ogni anno a causa delle polveri sottili disperse nell’aria (66mila su un totale di 400mila decessi in Europa dovuti all’inquinamento atmosferico). Alla base c’è la mancanza di misure strutturali che porta ciclicamente e più volte all’anno a momenti di emergenza. La situazione peggiore è al Nord, in Pianura padana: secondo i dati dell’Agenzia europea dell’Ambiente di Copenaghen quasi quattro milioni di persone in Europa vivono in aree ad alto inquinamento e il 95% si trova proprio nel Nord Italia. Intanto Bruxelles, per fare fronte all’emergenza smog, ha proposto il taglio delle emissioni del 37,5% per le auto entro il 2030. E il governo è al lavoro sulla tassazione di macchine inquinanti e dell’introduzione di un ecobonus in manovra.

È ancora pericolo frane e alluvioni – Il 3,6% delle città, dove risiedono quasi 190 mila abitanti, rientra nelle classi a maggiore pericolosità per frane. I valori salgono al 17,4%, superando anche la media nazionale del’8,4%, se si parla di probabilità di alluvioni nello scenario medio. Dei 5.248 interventi contro il dissesto distribuiti su tutto il territorio nazionale 460 riguardano i 120 comuni. Si rafforza lo sharing mobility che, nell’ultimo triennio, aumenta il numero delle vetture in condivisione mettendo a disposizione 48 mila unità delle quali l’83% biciclette.

Cresce lo sharing mobility – Nel giro di tre anni (2015-2017) si rafforza come settore aumentando più del doppio il numero delle vetture in condivisione. Delle 48mila unita messe su strada lo scorso anno, l’83% sono biciclette, il 16% automobili e lf1% scooter. In linea generale nei comuni capoluoghi di Provincia, il rischio frana e meno rilevante rispetto a quello del territorio italiano: il 3,6% del territorio e classificato a pericolosità da frana elevata P3 e molto elevata P4 (Piani di Assetto Idrogeologico) a fronte di una media nazionale che raggiunge, nelle stesse classi di pericolosita, l’8,4%. Complessivamente sono 24.311 le frane censite fino al 2017 nei 120 comuni. La superficie complessiva delle aree a pericolosità per frana ammonta a quasi 2.400 km2 (11,4%), di cui 753 km2 (3,6%), dove risiedono oltre 189mila abitanti, classificate a pericolosità elevata P3 e molto elevata P4. I Comuni con più abitanti a rischio frana sono: Napoli, Genova, Catanzaro, Chieti, Massa e Palermo. Negli stessi territori la probabilità di alluvioneè però superiore alla media nazionale: la percentuale di aree a pericolosità media P2 (tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) e pari al 17% del territorio dei 120 comuni, mentre il dato nazionale si attesta all’8,4%. Inoltre, la popolazione a rischio alluvioni nelle stesse aree (2.195.485 ab.) e pari al 12% della popolazione residente a fronte di un dato nazionale del 10,4%. Vi sono 14 Comuni con più di 50mila abitanti a rischio alluvioni e 7 Città metropolitane con più di 100mila abitanti a rischio.

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Interventi contro il dissesto – Le città corrono ai ripari: dal 1999 al 2017 finanziati 462 interventi contro il dissesto in 120 comuni per un ammontare complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro. I comuni con il maggior numero di interventi conclusi sono Lucca (21 per oltre 25mln ), Terni (9 per 5,7 mln ), Messina e Ravenna (8 con rispettivamente 12 e oltre 7 mln ). Per quanto riguarda gli importi complessivi dei finanziamenti ai comuni, per Genova sono stati stanziati di 354 milioni (di cui solo 2,66 milioni su progetti già conclusi), Milano 171 milioni (compresi 25,40 milioni di progetti conclusi) e a Firenze 118 milioni, di cui solo 830 mila euro sono relativi a progetti conclusi). Nelle 14 città metropolitane sono invece 917 gli interventi per un importo totale pari a 1 miliardo e 845 milioni di euro. I Comuni italiani perdono ancora terreno consumando complessivamente tra il 2016 e il 2017 circa 650 ettari di territorio. Con un costo complessivo, in termini di perdita dei principali servizi ecosistemici (2012 al 2017), valutato tra i 215 e i 270 milioni di euro. Il comune di Roma, da solo, nello stesso periodo perde un valore tra i 25 e i 30 milioni di euro. A livello di Città metropolitane, nel 2017 Napoli e Milano presentano la percentuale di suolo consumato più alta, 34,2% e 32,3% rispettivamente, mentre Palermo la percentuale più bassa con 5,9%. La perdita di servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo nelle Città metropolitane tra il 2012 e il 2017 è valutata tra i 348 e i 443 milioni di euro. Da notare che a Torino, Bari e Napoli si rileva un contributo più significativo, della perdita di suolo, nei Comuni metropolitani rispetto al capoluogo.