Tavola rotonda: Quale Giappone, tre anni dopo Fukushima?

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Rievocazione dei fatti. E’ nel pomeriggio del Venerdì 11 marzo 2011, al largo della costa nordorientale di Honshu, l’isola centrale dell’arcipelago, che ha avuto luogo uno dei sismi più importanti che il Giappone abbia mai conosciuto. Meno di un’ora dopo, uno tsunami devastante distrugge questa regione per 600 kme fino a 10 km all’interno delle isole.

Si contano presto 18 000 morti e 140 000 rifugiati. Inondata, la centrale di Fukushima Daiichi conosce i suoi primi cedimenti legati a una rottura del circuito di raffreddamento. Tre dei suoi reattori entrano in fusione. I dintorni sono evacuati. Tre anni più tardi, cosa ne è del Giappone in seguito a questa doppia catastrofe naturale e tecnica?

Tavola rotonda con Shin Abiko, professore dell’università Hosei di Tokio. Masato Goda, professore all’università Meiji di Tokio, traduttore giapponese di Bergson. Hirashi Fujita, professore associato all’università Kyushu Sangyo di Fukuoka.

Qual è lo stato d’animo dei giapponesi in seguito allo tsunami e alla catastrofe di Fukushima?

Shin Abiko. La catastrofe naturale che ha causato 18 000 morti in un colpo solo è stata allo stesso tempo un evento inatteso e prevedibile. Infatti, il genere di catastrofe generato dallo tsunami del Marzo 2011 sono già accadute se si guarda alla storia del Giappone. Accade ogni cento o ogni duecento anni. E’ comunque un evento molto raro. Siamo stati dunque, allo stesso tempo, preparati e colti alla sprovvista da questo evento. Per dirlo chiaramente, oggi, direi che non sappiamo un granché di quello che ne è stato di noi dopo questa distruzione. Soprattutto con quella della centrale di Fukushima, che è la prima dopo Tchernobyl. Il sentimento dominante, è che ci stiamo arrangiando con piccole soluzioni per chiudere la questione, ma che non abbiamo soluzioni affidabili. Per il momento, va abbastanza bene da poter guardare il tutto con un certo sangue freddo, ma non possiamo nascondere che siamo un po’ scombussolati poiché non sappiamo se questa situazione peggiorerà fino a portarci a una crisi profonda e persistente, o se sfocerà in una soluzione positiva.

Masato Goda. Forse è a causa della mia personalità, ma per me sarebbe molto difficile trovare dell’unità o della stabilità a livello della mia personalità, al livello della famiglia, al livello della comunità o al livello dello Stato giapponese. Personalmente, mi sento sempre dilaniato tra più cose, tra più tendenze, ma è comune nella società giapponese. E’ il risultato della chiusura del paese agli stranieri durata più di trecento anni. Allo stesso tempo, i giapponesi hanno sempre saputo qualcosa del mondo esterno, della Cina, della Corea e, più recentemente, dell’Occidente. Queste cose di cui il Giappone si è nutrito, i giapponesi le hanno trasformate in tutti i campi della cultura e, dopo il periodo della restaurazione dell’era Meiji, alla fine del XIXesimo secolo, il Giappone ha scelto una sorta di doppia vita. Questo fatto è importante da capire per cogliere la reazione della società giapponese alla catastrofe. Il Giappone vive una sorta di doppia vita con una duplice personalità. Non è di per sé negativo. Un’altra cosa che non bisogna dimenticare, è che l’impero del Giappone che si è sforzato di modernizzarsi è stato un periodo breve. Il Giappone ha perso la sua sovranità nel 1945. La forza di questa doppia vita del Giappone, è la capacità di poter vivere con la contraddizione. Ha sempre delle faglie ma le faglie rappresentano anche il legame.

Questa “doppia” vita del Giappone è mobilitata nella situazione, nel senso di un movimento di chiusura o di apertura del paese e dei suoi abitanti?

Shin Abiko. Credo che l’avvicinamento della situazione attuale a quella della fine del diciannovesimo secolo al Giappone sia molto pertinente. All’epoca, questa dualità si è tradotta, politicamente parlando, in tendenze tra clan di cui alcuni erano per l’apertura e altri per la chiusura del Paese. Queste due tendenze si sono scontrate con ferocia all’epoca. Fortunatamente, è la tendenza all’apertura che ha vinto sia nel campo materiale sia in quello intellettuale. Oggi, come ho detto, si è un po’ persi e la situazione può incitarci all’isolamento, a non osare più di andare al di là delle nostre frontiere. E’ vero soprattutto per i giovani che oggi sono timidi, che non fanno più così tanti viaggi all’estero. Il Giappone è un paese molto rassicurante. Si cerca una sicurezza rimanendo nel Paese. Questa tendenza si manifesta anche nella risalita del partito tradizionale. Ma noi ci ritroviamo in questa crisi inaudita! Questo ci impone, a al contrario, di volgerci verso le saggezze di tutto il mondo, per risolvere questo problema!

Masato Goda. E’ vero. Bisogna tener conto inoltre della presenza degli Stati Uniti. Il Giappone è un paese che è stato sconfitto, e lo resta ancora. Questo punto è veramente importante da cogliere. L’occupazione continua. Ci sono molte basi militari americane in Giappone. C’è quindi un complesso d’inferiorità verso i paesi stranieri. E questo complesso si trasforma e si trasfigura sotto la pressione inevitabile e imprescindibile della sconfitta. Ad esempio, la centrale nucleare. Chi ha venduto la centrale nucleare di Fukushima? Gli Stati Uniti, non è vero? Hanno obbligato i giapponesi a comprare questa centrale. Questo, è a causa della sconfitta. Non possiamo costruire aerei. Siamo sempre obbligati a comprare aerei dagli Stati Uniti come le centrali nucleari. E bisogna notare che l’installazione delle centrali nucleari è avvenuta nella regione più tradizionale del Giappone. Il complesso di cui parlavo si esacerba sempre di più. Io chiamo questo fenomeno una specie di “castrazione”.

Hirashi Fujita. A tutti gli effetti, è una “castrazione simbolica” che si è manifestata più precisamente dopo il 1968. Fino a quel momento, i giovani reagivano in maniera più o meno attiva contro una certa tendenza dominante. Dopo il 1968 o più precisamente dopo il 1972, alcuni giovani hanno tentato di mettere in atto una sorta di moto rivoluzionario, che è sfociato nel sangue. Dopodiché tutta una generazione si è allontanata dalla politica. Questa sorta di “castrazione simbolica” si è imposta fino al sisma dopo il quale abbiamo assistito a un ritorno alla politica. Da poco più di un anno, c’è un nuovo silenzio dei giovani. Bisogna comunque insistere su questo punto. Dopo gli eventi della catastrofe, c’è stata una rigenerazione del movimento giovanile che ha cominciato a manifestare fuori dal Parlamento giapponese. Avveniva ogni Venerdì sera. Facevano una manifestazione contro questa questione nucleare. Erano quarant’anni, proprio dal 1972, che manifestazioni simili non avevano luogo. Oggi, queste manifestazioni hanno ovviamente perduto il loro dinamismo dopo i due anni che hanno seguito la catastrofe, ma, almeno, questo piccolo fuoco è effettivamente risorto.

Quali sono state le reazioni negli ambiti della creazione intellettuale e artistica dopo gli eventi del 2011?

Hirashi Fujita. Ciò che è caratteristico del movimento artistico e intellettuale giapponese dopo la catastrofe, secondo me, è l’emergere di una sorta di politica della memoria che consiste nel ritornare in una maniera o in un’altra al passato. Tuttavia non al passato per il passato, ma per cambiare il presente. Non è un semplice ritorno al passato per nostalgia ma una ricerca di trasfigurazione attraverso la deviazione del passato.

Masato Goda. Allo stesso tempo, qualche politico ha provato ad illudere i giapponesi affermando che la dualità contraddittoria di cui ho parlato fosse una sorta di buona ambiguità. Per esempio, prima della guerra! Ci consigliano di guardare avanti! Ma questa è veramente un’illusione!

Shin Abiko. Questo movimento diretto verso il passato è, per noi giapponesi, una ricerca della nostra identità. Un modo di tornare alle origini. Non rannicchiarci ma per ritrovare qualcosa di più familiare. Questa tendenza un po’ nostalgica è innegabile ma, effettivamente, in una prospettiva che guarda al futuro. Ad esempio, si parla di questo problema delle centrali nucleari ma due bombe atomiche sono state sganciate su Hiroshima e Nagasaki! Evidentemente dunque, questa questione della centrale richiama due eventi veramente importanti della storia del Giappone riguardo all’energia atomica.

Voi parlate di “castrazione “ o di “castrazione simbolica” del Giappone legate alla sconfitta e alla tutela statunitense. Ma non è anche il Giappone stesso a esprimersi attraverso lo sviluppo di un’aggressività e di uno spostamento, in campo geopolitico, verso la Cina?

Masato Goda. Hirashi ha parlato prima delle manifestazioni che si sono svolte contro la politica delle centrali nucleari. Ma, sì, allo stesso tempo, parallelamente a questo, bisogna rilevare lo sviluppo di una certa discriminazione contro i coreani e contro i cinesi.

Hirashi Fujita. Ovviamente, presso i giovani in particolare, vi è questa divisione estrema entro, da una parte, chi fa valere un discorso discriminatorio sul Web soprattutto e poi, d’altra parte, chi fa queste manifestazioni contro le centrali nucleari. E’ vero. Ma bisogna precisare. Durante il periodo della guerra fredda, vi era come una “sospensione” dell’azione politica nei confronti del potere. Vi erano, ad esempio, il partito democratico e il partito socialista, cioè due possibilità opposte, ma questa grande opposizione faceva parte del gioco dell’equilibrio globale. Era il periodo, curiosamente, “pacifico” della storia del Giappone. Dal 1990, questo equilibrio si è rotto. Dopo che la fine della Storia è stata dichiarata, infatti, per il Giappone la Storia ricominciava. Questo genere di discorso discriminatorio e l’opposizione attiva dei due estremi sono apparsi solo in seguito. Prima, non era presente se non in modo marginale. E’ apparso con forza dopo la caduta del muro di Berlino e la scomparsa dell’URSS. Peraltro, i rapporti tra gli Stati Uniti e il Giappone sono cambiati. Non bisogna dimenticare che è sulla base di due “decenni persi” insieme alla crisi economica e morale che è arrivata la catastrofe.

Quali sono le prospettive dal punto di vista filosofico che secondo voi bisogna far valere in Giappone per uscire da questa situazione di crisi?

Masato Goda. Penso sempre così: anche se sono giapponese, per me, l’“io” non ha una nazionalità. E’ essenziale. Non ho nessuna attesa nei confronti del Giappone come istituzione statale. Fa lo stesso per me! Secondo me, non esiste un’entità Giappone che si possa separare dal resto del mondo. La speranza è dalla parte del mondo e dell’idea, come ha detto Rimbaud, di trasformare la nostra sensibilità. Bisogna cambiare il nostro punto di vista per riflettere e cambiare modo di agire.

Shin Abiko. E’ difficile rispondere. Per prima cosa, suggerirei la necessità di una certa resistenza che abbia l’obiettivo di ricreare qualcosa e di fermare una certa tendenza pericolosa e distruttiva della società attuale. E’ vero che ciò che accade presso i giovani nella società giapponese è veramente inquietante. Ciò tuttavia è comprensibile vista la situazione talmente difficile e dura. Ma vi sono giovani che, comunque, sono pronti ad affrontare questi problemi anche senza una forte ideologia né con una grande idea ma con i loro piccoli mezzi.

Hirashi Fujita. La situazione non è questa: la catastrofe è avvenuta e dopo si pensa a ricostruire il futuro. E’ una reazione assolutamente normale e persino necessaria e auspicabile ma, allo stesso tempo, persino prima della catastrofe, vi erano già dei presentimenti di ciò che vi ci conduceva. Forse dovremmo tornare a questa formula del Candido di Voltaire: “Coltivare il nostro giardino”. Coltivare il nostro giardino non contro la catastrofe naturale ma contro quella artificiale, tecnologica, economica e politica che abbiamo subito per vent’anni. Ciò vuol dire non soltanto occuparsi del nostro quotidiano “personale” ma il nostro quotidiano nel senso economico, politico e culturale: coltivare la nostra sensibilità a sentire, agire e reagire. Noi siamo ricercatori in filosofia. Invece di abbassare il budget delle scienze umanistiche, come fa il governo giapponese attuale, io pongo l’accento sulla loro importanza e sull’importanza di insegnare l’umanità alla società. Si tratta più profondamente di rivedere l’opposizione tra natura e cultura non per tornare alla natura nel senso di un’ecologia radicale ma per tornare alla radice di quest’opposizione.

Da un articolo de L’Humanité (link)

Traduzione di F. Via

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