Un’autostrada è per sempre

Articolo di Andrea Satta, tratto dall’Unità.

C’è una nuova ferita in arrivo e non c’è niente di peggio che aspettare la rasoiata che sta per colpire. L’ansia è la paura dell’indefinito, l’angoscia e la certezza del dolore incombente. La chiameremo angoscia. Il fendente lascerà tracce incancellabili su una vittima già umiliata da mille promesse a cambi di rotta sempre sbandierati e puntualmente traditi. Stanno per realizzare una nuova autostrada. Unirà la via Pontina (la Roma-Latina), alla A2 (la Roma-Napoli). Sarà la Bretella Cisterna-Valmontone. La motivano con esigenze di rilancio del territorio pontino e come alternativa per il traffico che da quella provincia si dirige verso Roma e poi per il Centro e Nord Italia.
Ma un «autostrada è per sempre». Costruirla significa modificare in modo permanente un territorio, alterarne l’ecosistema, modificarne il paesaggio, stravolgerne i ritmi e le consuetudini. Per sempre. Non è come appendere un quadro al muro.
La campagna romana è stata devastata da milioni di metri cubi di infrastrutture e mi fa rabbia vedere che tutti quelli che proclamano la bellezza dei paesaggi per vendere case e sogni lavorino alacremente per cancellarla.
La Campagna Romana non esiste quasi più. L’avete consumata e questo è l’ultimo colpo. La Bretella distruggerà aziende agricole, attraverserà aree naturali, rasenterà il bellissimo Lago di Giulianello, incentiverà le persone ad utilizzare ancora di più l’automobile.
Ma la politica da fare non era quella opposta? Con i soldi della Bretella si sarebbe potuto riorganizzare il collegamento ferroviario fino a Terracina e di altre tratte locali, magari senza gli impatti ambientali che constatiamo ogni volta che si arma una nuova ferrovia. Si potrebbe mettere in sicurezza la pericolosissima Via Pontina e realizzare le migliorie che alleggerirebbero il via vai dei pendolari e il traffico commerciale.
Dopo mille anni di «mea culpa» su quanto sbagliato sia stato incentivare il traffico su gomma, ecco, puntuale, la conferma che si predica in un modo e si razzola in un altro.
Anche molta sinistra non capisce che non è più tempo di autostrade e che «la via del ferro» è l’unica che può evitare di trasformare questo Paese in uno svincolo immenso.
E poi lo sapete bene, dove nasce un autostrada, arrivano i capannoni industriali, le complanari di accesso e perché no, un nuovo centro commerciale e nuove case da non vendere mai, ma cui bisognerà garantire i servizi, (ovviamente a carico della comunità).
La verità è che qui non si vuole cambiare. Non si vuole o non conviene. O non c’è cultura per farlo. È la politica vecchia. Forse sarebbe meglio investire per frenare il dissesto geologico, facendo studi e pagando specialisti che ci lavorino su. Avete presente la Liguria? La nostra terra ha due risorse inimitabili, due: il paesaggio e l’arte. Il cemento sta cancellando l’una e l’altra.

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